Dai cancelli aperti dell’Olimpico negli anni ’80 al distacco dal tifo dopo il trauma di Roma-Lecce, Max Paiella ha analizzato la crisi del sistema calcistico italiano, tracciando un amaro parallelismo con la politica e denunciando la perdita di valori educativi in favore del puro business. A seguire l’intervista completa.
Le parole di Max Paiella
Come è nato il suo legame con la Roma? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che sarebbe diventato un tifoso giallorosso?
«Verso la fine degli anni Settanta mi sono trovato di fronte a un bivio: sentivo che era arrivato il momento di scegliere una squadra per cui parteggiare. Vedevo la Juventus vincere quasi sempre e mi chiedevo se fosse il caso di puntare su di loro, o magari sulla Lazio. Poi, d’istinto, ho sentito il richiamo del giallorosso. Non saprei spiegare esattamente il perché, ma quei colori avevano qualcosa che mi ha convinto profondamente.
Così sono diventato un frequentatore assiduo dello stadio. Erano gli anni Ottanta e i soldi erano pochi; ricordo che spesso aspettavamo gli ultimi venti minuti della partita, quando aprivano i cancelli e si poteva entrare gratuitamente. Il ricordo più bello resta lo scudetto del 1983 con l’ultima partita vinta in casa contro il Torino, eravamo già matematicamente campioni e l’Olimpico era una festa totale. Un’emozione indescrivibile.»
Eppure, nonostante quell’entusiasmo travolgente, a un certo punto qualcosa si è rotto…Cosa l’ha allontanato dal mondo del tifo?
«La frattura definitiva è avvenuta pochi anni dopo lo Scudetto, nella stagione del tristemente noto Roma-Lecce. Perdere quel titolo dopo essere stati rimontati dalla Juve fu un colpo che, forse per una questione di carattere, non riuscii mai ad accettare del tutto. Da quel momento il mio essere tifoso è passato in secondo piano, fino a sparire quasi completamente.
Oggi non seguo più il calcio settimanale e credo che questo mio distacco vada di pari passo con la crisi del movimento italiano. Guardiamo la Nazionale…è inadeguata ormai da dodici anni. Il problema, secondo me, sta nel modo in cui avviciniamo i giovani a questo sport. Non è colpa dei calciatori in sé, ma di un sistema che privilegia i club e trascura l’insegnamento dei veri valori. Per quelli della mia generazione la Nazionale era un avvenimento “sacro”, ma il fatto che oggi si fatichi ad andare ai Mondiali racconta bene come il calcio venga insegnato oggi: si punta alla fama e al denaro, dimenticando la passione.»

Nonostante il disincanto verso il calcio professionistico, lei continua ancora a scendere in campo. Cosa cerca oggi nel rettangolo verde e cosa si auguri per il futuro del calcio italiano?
«Sì, continuo a giocare con la Nazionale Jazzisti, ed è lì che ho ritrovato la dimensione più bella di questo sport. Abbiamo un allenatore strepitoso, Daniele Andreozzi, che ti insegna il calcio facendotelo amare. Ha un approccio curioso e appassionato che ti fa capire come il pallone, se giocato con intelligenza, possa migliorare la vita di chi lo pratica, non solo di chi lo guarda. Non è uno sport per “scalzacani” poiché serve testa. Ricordo campioni come Agostino Di Bartolomei, che rappresentavano un calcio nobile che oggi non viene più insegnato.
Mi auguro che i vertici dello sport, come Malagò, abbiano la lungimiranza di riportare i piedi per terra. Bisogna tornare alle basi e far sì che il calcio italiano torni finalmente al posto che merita per la sua grande tradizione.»
Lei traccia spesso un parallelo tra la crisi del calcio italiano e quella della classe politica. Qual è il punto di contatto tra questi due mondi apparentemente così lontani?
«Secondo me il calcio subisce lo stesso destino della politica. Una volta, indipendentemente dal colore – che fosse il PCI, la Democrazia Cristiana, il MSI o i socialisti – si cresceva nelle sezioni, che erano veri centri culturali. Lì si faceva la gavetta, si studiava il territorio e i problemi dei cittadini. Oggi sorridiamo pensando a De Mita, che prendevamo in giro per l’accento, ma rispetto a molti politici attuali era Einstein. Quella generazione conosceva la storia, la geografia, l’italiano. Erano persone attrezzate.
Nel calcio accadeva lo stesso: crescevi nei pulcini e nei giovanissimi con allenatori che ti insegnavano a giocare con intelligenza. I risultati, poi, parlavano chiaro. Oggi questo declino della preparazione porta le persone ad allontanarsi, proprio come accade con il non voto. È curioso, però, notare come i giovani tornino a votare in massa quando si tocca la Costituzione: è un segnale quasi commovente, che indica dove risieda ancora un barlume di sensibilità.»
Recentemente hanno fatto discutere alcune dichiarazioni del presidente Gravina sugli altri sport. Cosa ne pensa e cosa ci dice questo sulla gestione attuale del nostro sistema calcio?
«Sostenendo che le altre discipline siano “dilettantistiche”, Gravina ha screditato soprattutto sé stesso. La verità è che, mentre gli altri sport in Italia vanno benissimo, l’unico in crisi è proprio il calcio. È stata una brutta figura per lui e per tutto il movimento, di cui probabilmente non si è nemmeno reso conto.

Il problema di fondo è che c’è troppa gente inadatta ai ruoli che ricopre. L’illusione del “tutti possono fare tutto” ha creato danni immensi. Il talento serve, ma occorre ancora di più la competenza tecnica. Se in un palazzo si rompono le tubature, hai bisogno di un idraulico vero, non del cognato di qualcuno. Una volta, persino i raccomandati si ponevano il problema di essere all’altezza del ruolo; oggi non succede più. Vediamo ovunque persone prive della preparazione adeguata a compiti che richiederebbero estrema serietà.»
Qual è, secondo lei, la strada per recuperare la credibilità perduta e tornare a formare non solo atleti, ma cittadini consapevoli?
«A me interessa il calcio dell’onestà. Mi piacerebbe un calcio che impari dal rugby il rispetto delle regole, il senso del gruppo, il sacrificio per il compagno ecc. Purtroppo, questo tipo di etica oggi non viene più insegnata, ed è un peccato mortale perché lo sport nasce per essere formativo.
Basta guardare i bambini: quando giocano sono serissimi e rispettano regole molto rigide, quasi adulte. Il gioco è una cosa seria. Per guardare avanti con speranza, dobbiamo avere il coraggio di guardarci indietro e recuperare quei valori fondamentali. Dobbiamo tornare a un approccio dove l’intelligenza e la passione siano i pilastri dell’insegnamento, trasformando lo sport in uno strumento che migliori davvero la vita delle persone.»
Rimanendo sul tema dell’onestà sportiva, come valuta episodi controversi come il caso Bastoni-Kalulu? Sono solo incidenti di percorso o c’è dell’altro?
«È stato un episodio grave, ma credo sia figlio della struttura stessa di questo sport. Se prendiamo il rugby, per sua natura non può permettersi sotterfugi; il calcio, invece, ha una componente intrinsecamente – passatemi il termine – “truffaldina”. È un gioco che si presta all’inganno. Proprio per questo servirebbero un rigore estremo e una capacità di visione che oggi mancano. Bisognerebbe tornare a considerare il rispetto delle regole come l’unico pilastro possibile.

Tuttavia, è diventato difficilissimo imporre un’etica certa. Il calcio si è trasformato in uno spettacolo asservito al denaro, un pozzo senza fondo che sta attraversando uno dei suoi periodi peggiori. La verità è amara: mentre lo sport in generale continua a unire le persone, il calcio oggi fa l’esatto opposto. Disunisce, alimenta i litigi, genera violenza. È un sistema che allontana invece di aggregare.»
Cosa prova oggi quando si trova immerso nelle discussioni calcistiche quotidiane?
«È esattamente il motivo per cui non seguo più questo mondo. Sento le notizie, vedo i miei colleghi agitarsi perché la Roma ha vinto o ha perso, ma io li guardo con un punto interrogativo ma a me non mi interessa più. Non mi appartiene un universo fatto di ignoranza, denaro e arroganza.
L’episodio che citavi prima non è un caso isolato, ma il frutto avvelenato di ciò che è stato seminato in questi anni. Se pianti un certo tipo di seme, non puoi meravigliarti della pianta che cresce. Quello che vediamo oggi – i soprusi, la prepotenza, la mancanza di lealtà – è semplicemente il risultato logico di una gestione sbagliata alla radice. Finché non cambierà il terreno culturale su cui poggia il calcio, continueranno a nascere solo frutti di questo tipo.»
Ci sono altri sport che segue o che le permettono di ritrovare quella purezza atletica che cerca?
«Sì, mi appassionano molto il golf, il tennis e soprattutto le arti marziali.»