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La svolta di Luis Enrique porta Parigi in cima all’Europa per la seconda volta, così è nato il vero PSG

La svolta di Luis Enrique porta Parigi in cima all’Europa per la seconda volta, così è nato il vero PSG

Ieri sera il PSG ha sollevato la seconda Champions League consecutiva al termine di una partita che ha raccontato perfettamente la sua metamorfosi.

Niente individualismi, niente frenesia, niente dipendenza dal colpo del fuoriclasse, solo un collettivo che sa soffrire, palleggiare, accelerare e colpire nei momenti chiave. Luis Enrique ha costruito una squadra che non vive più di gerarchie intoccabili, ma di principi. Pressione alta, rotazioni continue, responsabilità condivise.

Il risultato è un PSG che non somiglia più al PSG che il mondo ha conosciuto per un decennio.

Il paradosso del PSG che vince quando smette di essere il PSG

La svolta di Luis Enrique porta Parigi in cima all’Europa per la seconda volta, così è nato il vero PSG

Per anni il club parigino è stato sinonimo di figurine, di stelle prese per brillare più del progetto. Messi, Neymar, Mbappé: innegabilmente tre dei più grandi talenti del mondo del calcio, ma mai davvero parte di un sistema. Il loro PSG era un’idea di calcio costruita più per il marketing globale che per la competitività europea.

La svolta è arrivata quando la società ha deciso di abbandonare la politica delle superstar. Non per scelta romantica, ma per necessità tecnica. Serviva una squadra, non un manifesto pubblicitario. E così, quasi per ironia, la Champions è arrivata solo dopo aver rinunciato ai nomi più scintillanti.

La trasformazione è partita dal costruire un’identità collettiva smettendo di dipendere dipende da un singolo. Ad oggi ogni giocatore è parte di un sistema fluido, moderno, riconoscibile. Il secondo step è stato affidarsi anche a dei giocatori più giovani, non più solo stelle affermate, ma talenti in crescita, affamati, plasmabili. Un tassello fondamentale è stata la fine dell’ossessione mediatica, con meno storytelling glamour, più lavoro quotidiano portato avanti da Luis Enrique. Il tecnico ha portato disciplina, idee e un modello di gioco che valorizza il gruppo.

È questo, in fondo, il paradosso più affascinante della finale di Champions League di ieri sera, il club che per anni ha inseguito la coppa attraverso la via delle superstar, dei contratti faraonici e delle operazioni da copertina, ha trovato, con la prima, e confermato, con la seconda, la sua identità e il suo successo solo quando ha deciso di rinunciare a tutto questo.

Luis Enrique, regista del capolavoro PSG

Luis Enrique, in questo contesto, è stato molto più di un allenatore. È stato il progettista di un’identità, il regista che ha trasformato un club abituato a vivere di individualità in una macchina collettiva. Ha imposto un calcio che non concede alibi. O partecipi, o resti fuori. Ha tolto centralità ai singoli per darla al sistema. Ha trasformato un club abituato a vivere di momenti in una squadra che vive di meccanismi.

Il Paris Saint‑Germain di oggi è più vicino al Barcellona del 2015 che al PSG del 2020. E non è un caso.

Un gruppo giovane, modellato attraverso principi chiari, che vanno dall’uscita dal basso anche sotto pressione, rotazioni continue tra mezzali ed esterni, aggressività immediata dopo la perdita del pallone, partecipazione totale alla fase difensiva. Ogni giocatore sa cosa fare, ma soprattutto sa perché farlo ed è questo che ha permesso al PSG di diventare una squadra europea vera, non un collage di stelle.

Ha scelto profili meno appariscenti ma più funzionali, come Warren Zaïre‑Emery, diventato ormai il simbolo della nuova generazione, ha responsabilizzato i giovani e ha preteso che tutti da Nuno Mendes a Doué, passando per Vitinha, fossero parte attiva del gioco. Anche i giocatori più affermati, come Ousmane Dembélé, rinato in un ruolo più disciplinato e continuo, o Gonçalo Ramos, diventato un riferimento offensivo maturo e generoso, si sono messi al servizio del collettivo senza pretendere privilegi. Il risultato è un gruppo che non si spezza mai, che non si affida al colpo del singolo, che non vive di gerarchie ma di relazioni.

E poi c’è il capitano, Marquinhos, l’unico vero ponte tra il vecchio e il nuovo PSG. Con lui Luis Enrique ha trovato un leader, meno scenico ma più affidabile, capace di guidare una squadra senza imporre il peso dell’esperienza. Marquinhos è diventato il garante emotivo e tattico del gruppo, non il simbolo delle figurine, ma della credibilità.

Luis Enrique non ha solo vinto, ma ha normalizzato la vittoria per i tifosi parigini. Ha reso il Paris Saint‑Germain un club europeo credibile, sostenibile, competitivo.

E lo ha fatto nel modo più semplice e più difficile allo stesso tempo e cioè costruendo una squadra. E la squadra che ha vinto la Champions ieri sera è la fotografia perfetta di questo suo lavoro. Una squadra compatta, fluida, matura. Una squadra che non ha bisogno di Messi, Neymar o Mbappé per sentirsi grande, perché ha imparato a esserlo insieme.

Una vittoria che sa di leggenda

Questa Champions non è solo un trofeo: è la certificazione che il PSG ha finalmente trovato una strada credibile e che non sia più un gigante fragile, ma una squadra che sa vincere perché sa essere squadra.

È la prova che il calcio premia chi sa evolversi, e con il PSG e stato proprio così. Ha trovato la sua grandezza proprio nel momento in cui ha rinunciato a inseguirla e proprio per questo il paradosso resta. Il PSG ha iniziato vincere seriamente e costantemente quando ha smesso di essere il PSG, quando ha scelto di essere qualcosa di nuovo, qualcosa di più semplice e di più vero.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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