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La ricerca della felicità: quando Garrincha giocò al Sacrofano

La ricerca della felicità: quando Garrincha giocò al Sacrofano

La storia di quando il bicampione del mondo brasiliano Mané Garrincha, una delle ali destre più forti della storia, giocò nella prima categoria capitolina.

La storia del calcio ha avuto, e continuerà ad avere, campioni le cui gesta si tramanderanno negli anni a venire. Non solo per i loro meriti sul campo, ma per la loro capacità di arrivare e di restare nell’immaginario collettivo, anche dopo oltre mezzo secolo.

In questa lista figura senza ombra di dubbio Garrincha, uno dei dribblatori più forti di sempre, nonché uno dei più forti giocatori brasiliani della storia, secondo molto probabilmente al solo Pelé.

Garrincha ha legato la sua leggenda planetaria a quella della maglia del Brasile, con la quale riuscì a vincere due Mondiali consecutivi (1958 e 1962), i primi due dei cinque totali della storia della Selecao. “Didì, Vavà, Pelé, Garrincha” è stata una delle prime filastrocche della storia del calcio che, ancora oggi, gli appassionati storici recitano a memoria.

La storia di Garrincha, però, è stata tutt’altro che a lieto fine. La vita del giocatore sudamericano è stata vissuta al limite, in un precario equilibrio tra gloria sportiva e fallimento umano, tra la fama più assoluta e la povertà più crudele. O forse è semplicemente la storia di un uomo inghiottito dalle sue stesse fragilità.

Brasile

Dalla fama alla fuga: il trasferimento in Italia

E’ il 1970. Garrincha è solamente l’ombra del giocatore che solamente otto anni prima aveva alzato la sua seconda coppa del mondo in Cile da assoluto protagonista. Dopo aver vinto il suo primo Mondiale in Svezia contro i padroni di casa per 5-2, infatti, nell’edizione successiva nella finale contro la Cecoslovacchia le speranze del bis erano tutte sulle spalle del n.7 verdeoro. Pelé si era fatto male nei quarti di finale, e ad assistere Vavà c’era proprio l’ala del Botafogo.

Garrincha incantò pur non mettendosi a referto nel tabellino della finale, che al triplice fischio reciterà un sonoro 3-1 al favore del Brasile grazie alle reti di Amarildo, Zito e Vavà (dopo il vantaggio cecoslovacco di Masopust). Garrincha finì quell’edizione con quattro gol, e venne eletto come il miglior giocatore del torneo.

Pochi anni più tardi dalla festa di Santiago del Cile Garrincha è in fuga, e non è una trama di un film. Il trionfo all’Estadio Nacional è solo un ricordo sbiadito, e ora il giocatore scappa da un presente che si fa sempre più soffocante. Il motivo della fuga di Garrincha risale al 1969 quando, durante un viaggio con la suocera Rosària verso Pau Grande, la sua auto colpì un camion di patate che veniva dal senso opposto.

L’impatto fu tremendo, e causò la morte della stessa donna, che fu sbalzata fuori dal parabrezza. Il morale di Garrincha, già a pezzi a causa del demone dell’alcolismo, dopo quell’incidente diventò ancor più cupo e pieno di sensi di colpa. Il calciatore fu condannato a due anni di prigione, che però non vennero mai scontati da Garrincha in quanto lo stesso brasiliano ebbe diritto alla sospensione della pena poiché quello era stato il primo reato commesso.

Una magra consolazione, perché da quel momento in poi Garrincha entrò in una depressione profonda, che lo portò anche a tentare il suicidio inalando del gas, fortunatamente senza conseguenze gravi. Elsa Soares, famosa cantante dell’epoca e compagna del calciatore, nonché figlia della defunta madre, decise di prendere una decisione drastica per entrambi: andare via dal Brasile.

Nel suo Paese ormai per Garrincha i nemici erano diventati molto più che gli amici. Lo stesso amore tra il calciatore e la cantante era già stato oggetto di profondo scandalo poiché il giocatore abbandonò sua moglie Nair Marques e le sue otto figlie per legarsi ad Elza. L’episodio non fu  visto di buon occhio dai generali brasiliani, e gli anni successivi all’unione con Elsa Soares furono caratterizzati da tante difficoltà economiche e l’accumulo di numerosi debiti.

Garrincha ed Elza Soares decisero di fuggire dall’occhio del ciclone trasferendosi in Italia, più precisamente sulle spiagge di Torvaianica. Mentre Elza si esibì in alcuni locali della capitale, Garrincha lavorò nell’Istituto brasiliano del caffè. Il richiamo del pallone, però, era ancora troppo forte. L’ultima sua esperienza da calciatore era stato nel Flamengo, oramai più di un anno fa, e il calcio era uno dei pochissimi motivi che poteva tenere ancora l’ex Botafogo in questa vita terrena.

L’incontro con Dino Da Costa

Il destino venne in soccorso di Garrincha quando, in uno dei bar della capitale, quest’ultimo incontro Dino Da Costa, ex giocatore italo brasiliano che aveva scritto gran parte della sua fama con la maglia della Roma tra il 1955 ed il 1960 (ancora oggi il nome di Da Costa viene ricordato tra i tifosi romanisti con affetto perché è stato il recordman di gol alla Lazio con undici gol nelle stracittadine ufficiali, a pari merito con Francesco Totti).

Da Costa aveva cominciato la sua carriera nel Botafogo proprio Garrincha, e vedere il due volte campione del mondo ridotto in quello stato smosse in lui qualcosa. In quel momento Da Costa allenava il Sacrofano, una piccola realtà calcistica del panorama romano che militava nella terza categoria. Da lì nacque la proposta: “Perché non vieni a giocare per me?”

In quegli anni le regole non prevedevano il tesseramento ufficiale ma, nonostante questo, Garrincha accettò la proposta pur di tornare a riavere un barlume di quella felicità perduta. E fu così che Garrincha si ritrovò ad indossare la maglia del Sacrofano e, come per magia, le ombre della depressione sparirono nel momento esatto in cui il sudamericano tornò a calzare gli scarpini da calcio.

A vedere le partite di Garrincha accorrevano centinaia di persone e, pur essendo partite amatoriali giocate con dilettanti di qualunque professione, all’ ex n.7 della Nazionale brasiliana sembrò di essere felice come durante le sue partite assieme a Vavà, Pelé e Garrincha. C’è chi giura tra i presenti che lo videro giocare che una volta, durante un quadrangolare, Garrincha segnò due gol direttamente da calcio d’angolo, uno con il destro ed uno con il sinistro.

Tra finte di corpo e dribbling Garrincha incantò il pubblico di operai, lavoratori e gente del posto, ed anche se non c’era una Coppa del Mondo in palio ma solamente delle esibizioni amichevoli, il senso di magia e quasi di ultraterreno che lasciava tra i presenti con le sue giocate era lo stesso dei Mondiali di Svezia e del Cile.

Il ritorno in Brasile e la tragica scomparsa

Fuori dal campo, però, Garrincha continuò a sentirsi perso, abbandonato a se stesso contro l’alcolismo, che ormai era diventato un nemico impossibile da sconfiggere. Dopo l’esperienza italiana Garrincha ritornò in patria nel 1972, dove fu accolto nella più totale indifferenza e ingratitudine dagli stessi che dieci anni prima festeggiavano con lui il secondo titolo mondiale del Brasile.

Cinque anni più tardi finì anche l’incandescente storia d’amore con Elza Soares, con la quale aveva avuto un figlio, Manuel Francisco, che morì a nove anni, anche lui in un incidente stradale, nel 1986.

Un destino beffardo quello di Garrincha, che nella sua carriera fu capace di dribblare tutti tranne il suo avversario grande: quella dannata voglia di affogare nell’alcool le proprie paure. Garrincha perse la sua partita nel 1983, a soli cinquant’anni, nella sua casa di Bangu, quartiere di Rio de Janeiro.

Garrincha morì da solo, lontano dai riflettori della gloria, lontano dagli affetti più cari, lontano da tutto. Il suo unico vero amico fu il pallone, l’unica cosa che lo portò ad essere felice, l’unica cosa che lo aveva portato per due volte sul tetto del mondo, ben lontano dagli abissi della sua anima.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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