Per la rubrica Oltre il calcio c’è di più parliamo di George Weah, uno degli esempi più eclatanti di nuova vita dopo la fine della carriera nel calcio giocato.
George Weah nasce in Liberia, in una baraccopoli di Monrovia. Cresce senza soldi, senza prospettive, e per qualche anno lavora come centralinista per la compagnia telefonica nazionale. Un inizio che non lascerebbe presagire nulla di straordinario. E invece.
A 20 anni scopre che con i piedi fa cose che gli altri non sanno fare. Nel 1988 vola nel Principato di Monaco: è la prima tappa di un viaggio che lo porterà sempre più in alto.
Dal Monaco passa al Paris Saint-Germain, dove diventa una stella europea a pieno titolo. Nella sua ultima stagione parigina, in Champions League segna 8 reti e si laurea capocannoniere del torneo.
Il PSG viene eliminato in semifinale proprio dal Milan campione in carica. I rossoneri lo battono in Europa, ma escono da quella sfida con una consapevolezza precisa: quell’uomo bisogna portarlo a Milano. E così fanno, e Weah diventa una leggenda.
Con la maglia del Milan, nel 1996, segna un gol contro l’Hellas Verona che ancora oggi circola su YouTube come un atto di magia pura: parte dalla propria area, percorre novanta metri, salta tre difensori e batte il portiere come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Nel 1995 vince il Pallone d’Oro, primo e unico africano nella storia del premio. Tutto questo partendo da una baraccopoli senza acqua corrente. Ma la parte più incredibile deve ancora venire.
George Weah, dal Pallone d’Oro alla presidenza della Liberia
Appesi gli scarpini al chiodo, Weah decide che la Liberia, un Paese devastato dalla guerra civile, dall’Ebola e dalla povertà cronica, ha bisogno di lui in un altro ruolo.
Si candida alla presidenza. Perde nel 2005, perde di nuovo nel 2011, e a quel punto chiunque avrebbe mollato. Lui no. Nel 2017 si ripresenta e stavolta vince, con il 61,5% dei voti.
Il mondo sgrana gli occhi. I giornali di mezzo pianeta pubblicano la stessa storia con la stessa meraviglia: il ragazzo della baraccopoli, il centravanti del Milan, il Pallone d’Oro africano, è diventato capo di stato. È una di quelle notizie che sembrano inverosimili anche quando sono vere.
Le sfide che lo attendono sono enormi. La Liberia è un Paese con un’inflazione al 30%, pieno di dipendenti statali che non ricevono lo stipendio da mesi, banche con i conti vuoti, e gravato dal peso di traumi storici (guerra civile, epidemia di Ebola, pandemia Covid) che si sovrappongono l’uno sull’altro.
Tra le prime cose che fa da presidente inaugura un ospedale proprio a Clara Town, il quartiere povero di Monrovia dove è nato e dove ha trascorso un’infanzia senza risorse. Dove tutto è cominciato.
Guida la nazione fino al 2024, a riprova che, quando si tratta di scendere in campo, lui è sempre pronto.