Alla Roma nel presente rimane l’obiettivo di un piazzamento Champions, ma le certezze del futuro non possono non passare dal tecnico di Grugliasco.
Quando a Roma si pronuncia la parola “progetto” spesso la si associa a qualcosa di fastidioso, di ridondante, di retorico. Come molte volte accade il significato sta nelle orecchie di chi sente, come negli occhi di chi guarda.
E alla Roma ogni anno sembra svolgersi sempre allo stesso modo da ormai troppi tempo. Si sceglie un percorso, si prova a perseguirlo, e magari all’inizio i risultati sembrano essere positivi. Poi puntualmente al momento cruciale sembra sgretolarsi tutto nel giro di pochi giorni, ed invece di cercare le soluzioni parte la caccia ai colpevoli.
Roma: quella ricerca di una continuità che puntualmente fallisce
Giocatori, staff, dirigenza, allenatore: sembra una folle roulette in cui i tifosi a turno devono scegliere su cosa puntare e lanciare la pallina sperando nella vittoria. Il premio in caso di successo non è esattamente chiaro, o forse sì: l’importanza di aver ragione. È una bella iniezione di fiducia per il proprio ego, e poco altro.
Fonseca, Mourinho, De Rossi, Juric, Ranieri, Gasperini. Sei allenatori in sei anni che, da quando i Friedkin ne sono diventati i proprietari, si sono seduti sulla panchina della Roma. Ora, immaginatevi di essere dipendenti in un azienda in cui ogni 365 giorni arriva un nuovo “capo” e voi puntualmente dovete riadattarvi a nuove direttive costantemente, senza una visione chiara del futuro a lungo termine. Sarebbe estenuante.

Nelle società calcistiche, però, è più o meno la stessa cosa. Con i dovuti paragoni economici ovviamente si intende. Alla Roma questi sei allenatori, con i loro pregi e le loro colpe, sono passati sotto il tritatutto mediatico capitolino, ed anche Gasperini è già sulla buona strada. Un esercizio di memoria per i carenti di fosforo: il tecnico di Grugliasco non più tardi di due anni fa sollevava l’Europa League con l’Atalanta. Sapete quanti trofei hanno vinto i nerazzurri nella loro storia? Due.
Eppure lo stesso Gasperini, dopo l’eliminazione contro il Bologna di giovedì scorso in Europa League, ha detto che aveva il sogno di ripetere alla Roma quello che aveva fatto l’Atalanta. Lui, quello che ha scelto la Roma e ha detto “no” alla Juventus, che sin da quando era bambino era la squadra dei suoi sogni.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, oppure ci sarebbe ma sarebbe solamente un esercizio futile. Un buon esercizio invece sarebbe andare a studiare le statistiche degli allenatori più titolati della storia al loro primo anno in una nuova squadra. A Bergamo Gasperini lo chiamavano “Gasperson” in onore di Sir Alex Ferguson, il tecnico che ha fatto la storia del Manchester United.
Sapete dopo quanti anni dal suo arrivo ai Red Devils nel 1986 Ferguson ha vinto il suo primo titolo? Dopo quattro, nel 1990. Sapete dopo quanti anni ha vinto la sua prima Premier League? Nel 1993, dopo sette anni. Sapete l’ultimo titolo vinto dal Manchester United a quando risale? Al 2013. Inutile dirvi chi sedeva sulla panchina in quel momento.
Eppure alla Roma funziona esattamente al contrario di come dovrebbe funzionare. Si cercano dei nuovi equilibri (sì, sopra la follia) ad ogni anno, non pensando che forse un equilibrio potrebbe trovarsi nella continuità di un lavoro che per Gasperini è iniziato appena nove mesi fa. Ci vogliono nove mesi per far nascere un figlio, figurarsi per far nascere qualcosa di bello in una società il cui ultimo trofeo è stato portato da Mourinho dopo quattordici anni (ripetiamo, quattordici anni) di carestia.
Alla Roma c’è bisogno di un centro di gravità permanente per non cambiare idea sulle cose, e sulla gente. Forse è ora di capirlo davvero, e non c’è persona più giusta di Gasperini per poterlo iniziare a fare.