Tra Algoritmi, Mercenari e Spalti Vuoti. C’era un tempo in cui il calcio italiano era una scuola di vita, d’arte e di carattere.
Di Alexandra Colasanti.
Era il tempo del tatticismo esasperato ma geniale, delle marcature a uomo che sembravano duelli cavallereschi, dei “numeri 10” che inventavano la traiettoria della vita in un fazzoletto di terra.
Oggi, quel calcio sembra un lontano ricordo in bianco e nero.
Il campionato più bello del mondo si è trasformato in un’industria standardizzata, dove la poesia è stata sostituita dai fogli di calcolo e l’appartenenza dal fatturato. Cosa è rimasto del nostro calcio?
La dittatura dello schema. Adieu fantasia , adieu carisma!
Il primo grande imputato è il campo. Abbiamo barattato il talento individuale e l’improvvisazione con la dittatura dello schema fisso.
I calciatori oggi sembrano automi programmati per ripetere movimenti geometrici, passaggi laterali infiniti e la famigerata “costruzione dal basso”, anche quando non ci sono le qualità tecniche per farlo.
Dove sono finiti i numeri dieci? La fantasia è vista quasi come un rischio, un’infrazione alle consegne dell’allenatore.
Non c’è più spazio per l’estro di un Baggio, di un Totti o di un Del Piero; se un giovane prova il dribbling e sbaglia, viene panchinato in favore di chi gioca “sul sicuro”.

Latitano i leader carismatici, quei capitani vecchio stampo capaci di trascinare la squadra con uno sguardo o un contrasto deciso. Senza carisma e senza fantasia, lo spettacolo diventa piatto, prevedibile e, diciamolo, terribilmente noioso.
I calciatori sono diventati i primi aziendalisti.
Il problema più profondo, tuttavia, è morale e sentimentale. I calciatori di oggi sono, nella maggior parte dei casi, delle aziende individuali.
Il bacio sulla maglia dopo un gol è diventato il gesto più ipocrita del calcio moderno: spesso dura il tempo di una sessione di mercato, prima che un procuratore bussi alla porta della società chiedendo il prossimo aumento o il trasferimento al miglior offerente.
Non esiste più il concetto di bandiera. I contratti si firmano già pensando alla prossima destinazione e il rispetto per i colori sociali – quelli per cui i tifosi sacrificano tempo, soldi e salute – è stato azzerato. I giocatori sono di passaggio, i tifosi restano. Ma questo i professionisti del milione facile sembrano averlo dimenticato.
Di conseguenza, a pagare il prezzo più alto siamo noi tifosi. Diventa difficile immedesimarsi in una squadra che cambia undici titolari ogni due sessioni di mercato.
Viene meno quel SENSO DI APPARTENENZA ancestrale, quel filo invisibile che legava la città, la curva e la squadra. Oggi il tifoso viene trattato dai club come un “cliente” da spremere tra abbonamenti tv spezzettati, biglietti dello stadio a prezzi folli e magliette ufficiali che cambiano design ogni sei mesi.
I MONDIALI FRA MENO DI UNA SETTIMANA EPPURE L’ITALIA NON CI SARÀ’.
Il calcio italiano si trova davanti a uno specchio e l’immagine che restituisce non è delle migliori. Se non si ritrova il coraggio di rimettere al centro l’uomo prima dell’atleta, il talento prima dell’algoritmo, e il rispetto per la storia prima del portafoglio, il rischio è quello di svuotare definitivamente gli stadi e i cuori degli appassionati.
Perché il calcio, senza l’anima, resta solo ventidue persone che rincorrono un pallone. E a noi, quel gioco lì, non è mai interessato.
Di Alexandra Colasanti.