Cesc Fàbregas si racconta a The Athletic: il tecnico del Como parla di progetto, giovani, tattica e calcio italiano in una lunga intervista esclusiva.
Nella giornata di oggi, il tecnico del Como Cesc Fàbregas si è concesso a un’intervista a The Athletic per rispondere alle domande dei giornalisti. Ecco le sue parole:
Che tipo di situazione hai trovato quando sei arrivato al Como?
“Quando sono arrivato non c’era neanche un campo di allenamento. Un giorno ti allenavi in un posto, il girono dopo in un altro. Non c’era una palestra, né un ristorante. Eravamo in Serie B ma in realtà non eravamo un club professionistico”.
Come sono stati i tuoi inizi da allenatore con la Under 19 del Como?
“Mi hanno dato un gruppo di ragazzi ma non potevo ingaggiare nessuno. Avevamo tre difensori, sette centrocampisti, e undici attaccanti. O qualcosa del genere. Ho dovuto inventarmi tutto: giocavamo con di trequartisti come terzini”.
Quando si è presentata l’occasione di allenare la prima squadra, che situazione tattica hai trovato?
“Giocavamo con un 5-4-1 con una difesa molto bassa e tanti contropiedi. Non potevo cambiare tutto a metà stagione. Perciò preferì modificare la fase difensiva più che quella offensiva. Siamo passati da una difesa a cinque a una a quattro, a zona, meno marcatura a uomo e un po’ più alti”.
Quali innesti hanno cambiato il vostro percorso e che evoluzione tattica ne è seguita?
“Poi sono arrivati Goldaniga e Strefezza che ci diedero più stabilità e soluzioni e siamo passati ad un 4-2-2-2. Avrei voluto giocare con gli esterni, ma non ne avevo in rosa. Li trovai un sistema che mi piacque molto e che ci fece crescere e vincere”.
Il Como si è distinto anche per l’acquisto di giovani di grande prospettiva come Nico Paz e Jacobo Ramon. Come li avete scelti?
“Il mio assistente – Dani Guindos – li conosceva bene, li aveva allenati a Madrid. Sapeva anche le loro doti umane. Io nei miei incontri la prima volta non parlo mai di calcio, ma solo di vita personale. Voglio capire la loro mentalità, spiegare loro chi siamo, come lavoriamo. Prima si definiscono alcuni aspetti chiari sulla cultura della squadra e del club e solo dopo si inizia a parlare di calcio”.
Questo approccio sembra aver dato risultati importanti. Quanto credi in questo metodo?
“Io credo ciecamente nei miei giocatori e non capisco quei club che ingaggiano un calciatore senza che l’allenatore lo conosca. Siamo noi tecnici che dobbiamo farli giocare e migliorarli. Questo è l’aspetto che più amo del nostro lavoro: passare del tempo con i giocatori, soprattutto con i più giovani, e aiutarli a migliorare. Li tratto come se fossero miei figli”.
Un esempio emblematico è quello di Butez, diventato uno dei portieri meno battuti della Serie A.
“Cercavamo un profilo abile con i piedi. I suoi dati erano buoni, ma non eccezionali. Invece è stato una sorpresa incredibile. Ha capito in fretta il nostro modo di giocare, se gli proponiamo 4 soluzioni lui trova sempre anche la quinta migliore di quelle che gli abbiamo proposto. È stato un acquisto fantastico”.
Che idea ti sei fatto del calcio italiano?
“Molte squadre pensano a come batterti difendendo, non attaccando. Significa che se vuoi vincere devi essere pronto a scardinare difese che possono farti soffrire. Noi abbiamo talento e abilità tecniche, ma fisicamente non siamo ‘animali’ e i nostri avversari quando ci incontrano la vogliono mettere sul piano fisico. Quindi dobbiamo essere bravi a portarli nella nostra zona di comfort e ad attaccare i loro punti deboli. Vincere in Italia, dove ci sono tanti 0-0 e 1-0 non è facile. Quando guardi le squadre di Premier League, vedi una struttura. Vedi cosa cercano di fare. Vedi lo stile che vogliono imporre. Qui, molte volte, è impossibile. È impossibile capire cosa sta succedendo. Ecco perché bisogna prestare molta attenzione ai dettagli”.
