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Quando il calcio perde il suo popolo, resta soltanto un prodotto senz’anima

Quando il calcio perde il suo popolo, resta soltanto un prodotto senz’anima

Trasferte vietate, prezzi alti e calcio spezzatino: così il pallone rischia di perdere il suo popolo e trasformarsi in un prodotto senz’anima.

Se il calcio è senza dubbio uno dei fenomeni sociali più complessi da interpretare, quello degli ultras e del tifo organizzato resta ancora oggi un vero tabù per la stragrande maggioranza delle persone. Non soltanto per chi non segue il pallone, ma anche per molti calciofili abituati a vivere le partite dal divano di casa.

Negli ultimi anni il movimento ultras è stato bersagliato, attaccato e spesso denigrato da larga parte della politica e delle istituzioni, che da tempo sembrano puntare a trasformare il calcio in uno spettacolo sempre più esclusivo, sempre meno popolare, sempre più riservato a pochi “fortunati”. Il tifoso italico, in questo senso, ne ha viste e sentite di ogni tipo: dalla retorica sulla “pirateria genocida” fino alle trasferte vietate a ridosso del fischio d’inizio. Emblematico, in tal senso, il caso recente di Benevento-Catania, con il divieto imposto ai tifosi siciliani praticamente alla vigilia della gara, nonostante il settore ospiti fosse pronto ad accogliere circa 1300 sostenitori rossoblù.

A questo si aggiungono gli orari improponibili, i turni infrasettimanali e la logica del cosiddetto “calcio spezzatino”, che altro non è se non un modo per frammentare il prodotto, moltiplicare gli slot e alzare lo share di ogni singolo evento. E allora la domanda è inevitabile: il calcio italiano ha mai davvero compreso l’importanza atavica del tifo? Secondo noi, molto poco. E quel poco che ha compreso, spesso lo ha compreso anche male.

Per arrivare al nocciolo della questione, visto che si tira sempre in ballo il famoso “modello Premier”, il campionato che per molti sarebbe il più bello del mondo, bastano le parole di Uli Hoeneß, ex presidente del Bayern Monaco, che sul tema ha centrato perfettamente il punto. In una recente intervista ha dichiarato:

“Potremmo chiedere più di 120 euro per l’abbonamento stagionale. Se lo vendessimo a 350 euro, incasseremmo 2 milioni di euro in più, ma cosa significherebbe per noi?
La differenza tra 120 e 350 euro per un tifoso è enorme e non crediamo che i tifosi siano come mucche da mungere.
Il calcio deve essere per tutti. Questa è la differenza più grande tra noi e l’Inghilterra.”

A dirlo non è stato il garante dei diritti dei consumatori — che nel nostro Paese, spesso, sembra più il garante del produttore — ma uno dei dirigenti più vincenti della storia di una delle squadre più forti del mondo.

Il falso mito del modello Premier

Se davvero il modello Premier viene indicato come l’esempio da seguire, allora bisognerebbe anche entrare dentro la storia e la natura di un Paese che, calcisticamente e socialmente, è sempre stato molto diverso rispetto a realtà come Italia, Germania, Francia o Spagna. Non va dimenticato, infatti, che il calcio inglese è stato profondamente trasformato da una lunga stagione di restrizioni, a partire dalla metà degli anni ’80, con una forte accelerazione dopo la tragedia dell’Heysel del 1985.

Oggi, entrando in uno stadio inglese, ci si accorge subito delle differenze sostanziali rispetto al nostro calcio, che resta ancora, nel bene e nel male, molto più popolare: prezzi esorbitanti, tifo decisamente più freddo e, dettaglio tutt’altro che secondario, il divieto di consumare alcolici sugli spalti. La Sporting Events (Control of Alcohol etc.) Act del 1985 vieta infatti il consumo di alcol in vista del campo di gioco. Si può bere solo nei bar o nelle aree ristoro interne allo stadio, prima della partita o durante l’intervallo, ma non si può portare la birra al proprio posto.

Tifo, passione contro la logica del prodotto

Tornando però al cuore del discorso, il tifo organizzato resta per molti un mondo indecifrabile, fatto di codici, linguaggi e dinamiche che a chi non lo vive possono apparire incomprensibili. Eppure, tifosi, supporter, ultras — chiamateli come volete — hanno ben chiara la deriva che sta prendendo il calcio moderno.

 

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Per la prima volta nella storia recente, l’intero movimento del tifo organizzato italiano ha intrapreso una strada comune. Tra petizioni, appelli e prese di posizione, l’obiettivo è uno solo: riportare il calcio a essere uno sport giusto e  popolare. E non è un dettaglio da poco. Una sottocultura che molto spesso fatica a trovare una sintesi, questa volta ha messo da parte campanilismi e rivalità per dare spazio a una voce unificata. Non è un caso, infatti, che negli ultimi tempi si siano visti perfino atti di solidarietà tra tifoserie storicamente nemiche.

Uno degli episodi più significativi si è verificato al termine di Frosinone-Palermo, giocata allo Stirpe. A fine partita, quando ormai il collegamento delle pay tv era terminato e lo stadio si apprestava a svuotarsi, i tifosi del Frosinone hanno intonato verso il settore ospiti un coro semplice ma potentissimo: “Noi vogliamo i nostri nemici”. Un coro dal tono goliardico, certo, ma capace di rappresentare alla perfezione lo spirito di chi vive gli spalti. Perché quel “senza ultras non c’è partita” non è soltanto uno slogan: è l’essenza stessa di chi ogni settimana viaggia per passione, per appartenenza, per fedeltà ai propri colori.

Quando il calcio perde il suo popolo, resta soltanto un prodotto senz’anima
I TIFOSI DEL FROSINONE ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

E in Italia, questa gente continua a fare i conti con una programmazione sempre più ostile: partite calendarizzate a pochi giorni dall’evento, trasferte rese impossibili, turni infrasettimanali scomodi per chi lavora. Perché sì, gli ultras lavorano, come tutti. E in questo senso è stato tanto ironico quanto significativo il siparietto messo in scena dai tifosi del Como in occasione della trasferta in casa del Sassuolo, fissata alle 18 di venerdì pomeriggio: ingresso sugli spalti a partita iniziata, giubbotti catarifrangenti addosso e una pezza eloquente: “Scusate ragazzi… eravamo a lavoro”.

Per i vertici del calcio italiano contano i diritti tv, contano le partite distribuite lungo tutta la settimana, conta la massimizzazione del prodotto. Ma nel frattempo ci si dimentica troppo spesso dei tifosi, che sono gli unici capaci di elevare questo gioco a qualcosa di più alto, di più profondo, di più identitario di un semplice sport.

Forse è anche per questo che il calcio, il football, resta lo sport più bello del mondo. Perché in nessun’altra disciplina il legame tra popolo, appartenenza, memoria e passione riesce a essere così storico, così viscerale, così carnale.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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