L’intervista esclusiva a Sandro Tovalieri, grande bomber di Serie A anni ’80 e ’90 che ha vestito le maglie di Roma, Bari, Sampdoria, Cagliari e Atalanta.
Nato a Pomezia e cresciuto nelle giovanili della Roma, Sandro Tovalieri è stato uno degli attaccanti simbolo del calcio italiano tra gli anni ’80 e ’90. Soprannominato “Il Cobra” per lo straordinario fiuto del gol e capacità di punire ad ogni minimo errore difensivo, nel corso della sua carriera ha collezionato oltre 400 presenze tra Serie A, Coppa Italia e Serie B, realizzando complessivamente 152 reti.
Dopo aver mosso i primi passi in Serie A con i giallorossi, Tovalieri è diventato un vero e proprio bomber di provincia indossando le maglie di vari club importanti Avellino, Atalanta e Sampdoria. In particolare, le esperienze con Cagliari e Bari, sono state l’apice della sua carriera: con i biancorossi ha stabilito il record personale di 17 marcature nel campionato 1994/95 .
In esclusiva ai nostri microfoni, Tovalieri ha gentilmente ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua carriera: dall’emozione del primo gol in Serie A segnato contro il Napoli di Maradona, fino allo Scudetto soltanto sfiorato con la Roma. Non sono mancate riflessioni sul calcio di ieri e di oggi, con uno sguardo anche alle difficoltà attuali del calcio italiano.
Le parole di Sandro Tovalieri a CS
Quale attaccante degli ultimi anni di Serie A ha le caratteristiche del Cobra?
“Nel calcio di oggi si vedono sempre meno attaccanti di razza. Oggi al centravanti vengono richiesti tanti compiti diversi, far salire la squadra, scendere a centrocampo per costruire la manovra. Mentre fino a qualche anno fa c’erano dei 9 vecchio stampo come me: penso a Pippo Inzaghi, che aveva caratteristiche simile alle mie, sempre pronto in area di rigore, ma anche a Ciro Immobile. Oggi il centravanti più forte che c’è in Italia è sicuramente Lautaro Martinez”.
Che effetto fa segnare il 1° gol in Serie A contro il Napoli di Maradona?
“Quel gol al San Paolo è stata l’emozione più grande della mia carriera. Segnare il primo gol in Serie A a vent’anni, in uno stadio così importante e caloroso, di fronte al giocatore più forte al mondo è stato magico. Partita che finisce 1-1 con gol di un grande campione e di un ragazzino, è un ricordo imparagonabile: resta al 1° posto”.
Com’è stato crescere da giovane all’interno della Roma di Nils Liedholm? Il compagno più forte?
“All’epoca la Roma era fortissima, difficile dirne solo uno. Ho sempre avuto un legame particolare con Bruno Conti, per me era davvero un’ icona. Anche il grande Agostino Di Bartolomei, aveva un fascino incredibile. Già dalle prime volte che ho iniziato ad allenarmi in prima squadra a 16 anni, era un punto di riferimento importante ma non faceva sentire il suo peso di capitano, cercava di farti sentire incluso nel gruppo. Persona straordinaria, sono felice che sia ricordato sempre con tanto affetto da tutti i tifosi romanisti”.
Momento molto significativo della tua esperienza romanista riguarda il famoso Roma-Lecce che costò lo Scudetto ai giallorossi nell’aprile del 1986. A distanza di anni ti capita di ripensarci?
“Proprio nello stesso anno del gol che ricordo più piacere della mia carriera, arriva questa enorme delusione. Penso spesso a cosa sarebbe stato diventare campione d’Italia con la Roma a vent’anni. Scrivere la storia con il club con cui sei cresciuto, rimanere per sempre nell’affetto di tutti i tifosi, e chissà, magari anche riscrivere la propria storia personale: con lo Scudetto sarei potuto restare a Roma per tutta la carriera.
Aldilà di quella partita fu comunque una stagione bellissima, vincemmo la Coppa Italia nel quale apportai un contributo molto importante (8 gol in 11 partite nella competizione, ndr). Mi ricordo l’enorme entusiasmo della gente, che ci applaudì anche dopo la gara contro il Lecce, lo Scudetto sarebbe stata la ciliegina sulla torta”.
Tornando sul 20 Aprile 1986. Cosa andò storto quel pomeriggio?
“L’errore che facemmo fu sottovalutare quella partita, eravamo convinti che mal che andava avremmo fatto lo spareggio per lo Scudetto (in caso di arrivo a pari punti con la Juventus, ndr). Ci sentivamo strasicuri di noi, davanti al nostro pubblico con oltre 90.000 persone che spingeva, a maggior ragione dopo essere passati subito in vantaggio.
Anche sotto 1-3 pensavamo di poterla ribaltare. Ma di fronte a noi trovammo una squadra che non era disposta a regalarci nulla (Lecce era già matematicamente retrocesso, ndr). Poi all’epoca si parlava della Juventus pronta a mettere in palio un premio per il Lecce per fermarci.. ma non è una giustificazione, l’errore fu nostro…un vero peccato”.
La retrocessione del Bari in Serie C.
“Un vero peccato vedere una piazza così storica retrocedere. Spero che possa risalire velocemente, ma non è mai facile. Penso che non ci sono più i presidenti di una volta che dedicano l’anima per i club. Specialmente al Sud, dove vediamo sempre meno squadre al vertice. Ho tanti bei ricordi con la maglia biancorossa: le vittorie a San Siro, all’Olimpico contro la Lazio e i 17 gol in Serie A”.
Un pensiero su un altro club in cui sei stato, l’Atalanta, e su quello che ha raggiunto negli ultimi anni.
“All’epoca l’Atalanta lottava costantemente per la salvezza. Durante la mia parentesi a Bergamo riuscimmo ad ottenere la permanenza in Serie A e ci siamo giocati anche la finale di Coppa Italia contro la Fiorentina, i tifosi ci ringraziarono come se avessimo vinto lo Scudetto. Ma già si intravedeva la voglia di crescere all’interno della società: un centro sportivo all’avanguardia, un settore giovanile d’eccellenza. Poi hanno trovato Gasperini che gli ha permesso di crescere in maniera clamorosa”.
Gasperini che al primo anno a Roma è riuscito a portare la squadra in Champions. Te lo aspettavi così impattante a Trigoria?

“No, non me lo aspettavo, immaginavo una Roma in crescita anno dopo anno, ma non già pronta per la Champions. È stato bravo a crederci sempre nonostante le difficoltà, il non aver avuto per gran parte dell’anno attaccanti forti, senza Dybala per tante partite. Ma non ha mai mollato né lui né la squadra, e alla fine ha raggiunto un ottimo 3° posto dopo tanti anni. Un traguardo importante per la Roma tornare a giocare la Champions, anche dal punto di vista economico da un po’ di respiro alle casse. Si è meritato la fiducia e il potere dato dalla società: sono sicuro che con lui i giallorossi alzeranno l’asticella e torneranno a lottare per lo Scudetto”.
Un parere sui Friedkin.
“Parere positivo, mi piacciono: anche se non si vedono e non si sentono mai. Preferisco chi agisce così, che pensa a fare le cose e non si perde in chiacchiere. Hanno mostrato di voler fare grandi cose alla Roma investendo tanti soldi ogni anno, stanno portando avanti il progetto dello stadio di proprietà. Agli occhi dei tifosi può sembrare che gli interessi poco perché non si sbilanciano mai, ma sia padre che figlio mi danno la sensazione di essere innamorati della Roma, con i loro interessi, e che vogliano vincere. E sembra che abbiano imparato dagli errori passati: speriamo che possano accontentare Gasperini sul mercato”.
Come hai giudicato lo scontro Gasperini-Ranieri?
“Mi è dispiaciuto il modo con cui sia finito il rapporto tra Ranieri e i giallorossi, colui che aveva scelto e convinto Gasperini. Ma come si dice passano presidenti, giocatori e allenatori, ma la Roma resta al centro di tutto. Credo che non si siano trovati bene per diverse questioni, mercato, gestione infortuni, e poi si è arrivati allo scontro. Ma Gasperini ha mostrato polso. Scavalcare e per certi versi allontanare Ranieri, un’ icona romanista, non era facile. Anche la tifoseria, pur rispettando la la figura di Ranieri si è totalmente schierata con l’allenatore”.
Che mercato ti aspetti da parte dei giallorossi?
“Greenwood sarebbe un gran colpo. Ma aldilà dei nomi, sono sicuro che la Roma farà 3/4 acquisti di spessore per alzare l’asticella. Mi aspetto anche poche cessioni, al massimo un solo partente: la rosa va migliorata ma lasciata intatta”.
Cosa ti piace meno del calcio di oggi?
“Oggi si è ribaltata la situazione: una volta le squadre erano formate da un gruppo solido di italiani con all’interno 2/3 stranieri fortissimi, oggi in Serie A i club vivono esattamente l’opposto. E anche i calciatori sono cambiati. Prima c’era più attaccamento ai tifosi, si creava un rapporto importante con il tifo, ti ritrovavi a parlarci anche al termine degli allenamenti, in giro per la città. Oggi per quello che guadagnano i calciatori vengono visti e si sentono dei divi, non puoi nemmeno chiedergli un autografo con facilità”.
Mondiale alle porte, che anche questa volta non vedrà l’Italia tra le protagoniste. Come te lo spieghi?

“Simbolo del sistema attuale del calcio italiano. Il talento c’è ora come ce n’era all’epoca, ma non viene considerato nel modo giusto. Io ho avuto la fortuna di trovare Liedholm, che a 16 anni mi faceva allenare con la prima squadra e a 20 anni mi teneva in rosa per alternarmi con Roberto Pruzzo. Oggi è difficile che a un ragazzo di talento venga data una chance simile. Il giovane è costretto ad andare fuori alle prime 2/3 prestazioni sbagliate, non gli viene dato modo di crescere. Mi è piaciuta la scelta di Baldini di affidarsi ai giovani dell’Under 21 nelle amichevoli, spero che possa iniziare a cambiare qualcosa…anche se leggo che dovremmo riprendere Roberto Mancini…
Un Mondiale saltato per una gara sbagliata può capitare, ma 4 di fila non è accettabile. Sicuramente il format dei Mondiali attuale un po’ penalizza le europee che hanno un cammino più complicato rispetto alle sudamericane per qualificarsi, ma non può essere una giustificazione: con la Bosnia o la Macedonia di turno devi portarla a casa anche giocando male. In Italia sono anche spariti giocatori del calibro di Pirlo, Totti e Del Piero, e oggi paghi questo. Dodici anni senza vedere l’Italia ai Mondiali sono troppi: penso a mio nipote che non sa cosa sia quel fascino che si crea le notti d’estate quando ti ritrovi tutti insieme in attesa delle partite, da dentro o fuori”.